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Ho 48 anni, ho due figli e vivo a Roma. Mi piace viaggiare, fotografare, leggere e andare in moto. Mi interessa tutto ciò che riguarda la tecnologia. Sono appassionato di politica e di sindacato, che seguo anche a livello europeo per conto della Falbi. Sono un tifoso giallorosso: della Roma e della squadra della mia città di origine, il Catanzaro.
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venerdì 8 luglio 2016

Mosca - le prime sensazioni

La capitale russa mi ha sempre affascinato, e allo stesso tempo spaventato. 

Ho vissuto la mia infanzia e adolescenza rispettivamente negli anni 70 e 80, ricordo Breznev, le immagini che la TV trasmetteva delle riunioni del Pcus, la guerra fredda, la corsa agli armamenti, e poi man mano la svolta di Gorbaciov, l'ambiguità di Eltsin (non ho mai capito se fosse un "buono" o un "cattivo").

I miei coetanei ricorderanno che in quei tempi l'URSS era il "male": le due superpotenze si minacciavano, si sfidavano, boicottarono vicendevolmente i giochi olimpici che si tennero a Mosca nel 1980 e a Los Angeles nel 1984, ma penso che tutto sommato si rispettassero. Ma per noi occidentali il cattivo era l'enorme e antidemocratico stato sovietico. Ricordate "Russians" di Sting?


Sting concludeva ogni sua strofa cantando: "I hope the Russians love their children too". Erano loro a non rendersi conto dei danni che avrebbero provocato alle loro generazioni. Era Krusciov a dire: "We will bury you". E se queste cose ce le cantava Sting, un idolo dei giovani degli anni 80, come potevamo non credergli, come potevamo avere un'immagine diversa delle cose?

Poi tutto è cambiato, è arrivato il 1989, e noi giovani di allora abbiamo vissuto, inconsapevolmente, la nuova storia di una larga parte dell'Europa e della stessa URSS, che divenne prima CSI e poi si disgregò in diverse Repubbliche, la cui principale erede divenne la Russia.

Siffatta divagazione storica - più che altro un breve excursus delle mie sensazioni e dei miei pensieri relativi al mio concetto (o preconcetto) di Russia - è necessaria proprio per comprendere quale fosse lo stato d'animo di un adolescente degli anni 80 rispetto alla Russia. Sicuramente non è la stessa sensazione che può avere un ventenne di oggi, che si approcci a visitare il Paese dei cosacchi.

Oggi non esistono più i Soviet, non esiste più il comunismo, ma la Russia fa sempre una certa impressione, programmare un viaggio nello sterminato Paese che si estende per due continenti non è "acqua fresca", specie se ci si deve andare con la famiglia.

E il primo ostacolo da affrontare è il visto. Che non si fa online, come l'ESTA, ma va fatto al Consolato, e richiede, tra l'altro, la stipula obbligatoria di un'assicurazione sanitaria, e l'invito degli hotel in cui si sceglie di soggiornare. Nell'era di Schengen è veramente una procedura complicatissima. Io ho risolto servendomi di un'agenzia: ho speso un bel po', oltre 160€ a visto, ma mi sono limitato a fare delle foto, a consegnare i passaporti e a ritirarli, dopo una decina di giorni.

Insomma, finalmente arriva il gran giorno della partenza, o meglio, dell'arrivo a Mosca. Dopo tutte le procedure burocratiche da svolgere per il visto, immaginavo di ricevere un questionario sull'aereo da presentare al momento del controllo passaporti. Niente di tutto ciò. E, con grande sorpresa, il controllo dei passaporti è stata una cosa semplicissima, senza fila e senza l'interrogatorio che avviene, ad esempio, quando si entra negli USA o in Canada

Di come arrivare dall'aeroporto al centro di Mosca ne ho già parlato. Voglio aggiungere che la sensazione, attraversando Mosca in taxi, è che sia veramente una città enorme. E ovviamente più si va verso il centro, più la città diventa bella e curata.

Indovinate qual è stata la prima tappa del giro turistico? 

Domanda banale, lo so. Finalmente sono riuscito a vederla, la Piazza che mi spaventava così tanto da bambino e da adolescente. E' grandiosa, anche se la immaginavo ancora più grande, è curata, ordinata. E' un luogo che incute rispetto, senti di essere in un posto importante, dove è passata tanta storia. E sono contento di esserci venuto. E non vedo l'ora di vedere quello che c'è dall'altra parte del muro che circonda il Cremlino, la fortezza.


La Cattedrale di San Basilio

La Piazza Rossa

La Piazza Rossa

Il Mausoleo di Lenin

Andando oltre la Piazza Rossa, Mosca riserva delle sorprese incredibili ai visitatori. Quello che mi ha colpito maggiormente è la cura della città e soprattutto i fiori. Mosca è piena di fiori dappertutto. Ci sono archi abbelliti con enormi vasi di fiori freschi e dai colori meravigliosi. Anche in questo caso proverò a fare una sintesi fotografica, che non ritengo renda giustizia a ciò che si vede andando in giro per la città.









Belli, vero?

Il prossimo post conterrà una selezione di foto di Mosca, con la descrizione dei luoghi visitati. 
A presto!



giovedì 3 settembre 2015

L'America - Impressioni di viaggio: 1. I pregiudizi, l'arrivo e i controlli di sicurezza

Non ho mai avuto un interesse particolare per gli Stati Uniti, un Paese che ho sempre ritenuto lontano, ma allo stesso tempo vicino; un Paese con una storia troppo breve da poter meritare un lungo viaggio. 

Ho sempre pensato, inoltre, che prima o poi mi sarebbe capitato di andarci, e non ho mai preso in considerazione gli USA quando sceglievo una destinazione per un viaggio: ho sempre preferito visitare quasi tutti i Paesi della vecchia Europa, e fare qualche divagazione in Paesi come l'Egitto e il Marocco, piuttosto che destinare tempo e risorse economiche verso gli States. 

E quando ho voluto fare un lungo viaggio, la scelta è caduta sul Nuovissimo Mondo, su Australia e Nuova Zelanda, che hanno sempre suscitato la mia attenzione, sin da quando, bambino, amavo trascorrere le ore a guardare il mappamondo e sognavo di andare nel posto più lontano possibile, agli antipodi.

Alla fine il momento è arrivato: avevo tante miglia in scadenza, i ragazzi sono cresciuti, e negli anni il mio interesse per gli States è man mano aumentato. E poi quel "prima o poi mi sarebbe capitato di andarci" non si era ancora mai avverato.

Ciascuno di noi ha un'opinione e dei pregiudizi sui popoli; a me gli Americani non sono mai piaciuti più di tanto. Hanno ancora la pena di morte, pensano di essere i padroni e i giudici del mondo, mangiano male, sono un mix di razze e di popoli senza una vera identità, pensano troppo ai soldi, agli affari, e ho sempre faticato a comprendere il loro Inglese. Ho sempre ammirato, d'altro canto, la loro capacità di essere un popolo unito, nonostante la loro giovane storia e nonostante il fatto che siano una federazione di ben 50 Stati.

Ma viaggiare vuol dire anche e soprattutto vedere cose che ci piacciono e non ci piacciono, verificare la fondatezza dei propri pregiudizi, ed eventualmente rimuoverli o rafforzarli.

Ho deciso, nella costruzione del mio itinerario di viaggio, durato quindici giorni, di dedicarmi solo ad una parte degli Stati Uniti. E ho scelto la East Coast, la più antica, ma soprattutto la parte di America in cui si trova New York. 

E ho deciso, inoltre, di non partire da New York, ma di iniziare il viaggio da Boston, di vedere qualche bellezza naturale del New England (l'unica cosa che mi affascinava degli States, a livello paesaggistico, erano i fari del Maine), e solo dopo qualche giorno sono arrivato nella Grande Mela.

Vorrei evitare, in questo post, di stilare un diario di viaggio, come è già avvenuto lo scorso anno, quando ho descritto, senza poi completare l'opera, il mio viaggio in Polonia, Repubblica Ceca e Germania Orientale. Preferisco, oggi, dedicarmi alle impressioni e alle sensazioni, che però, inevitabilmente, non sempre potranno essere dissociate dalla descrizione di alcuni dei luoghi visitati.

Parto dall'arrivo (e scusate l'ossimoro). Dopo il volo intercontinentale, da Roma a Boston, l'attesa all'"Immigration" è defaticante. Avevo sentito dire di super controlli, di un colloquio con l'ufficiale addetto al controllo dei passaporti, delle impronte digitali. Avevo addirittura valutato l'idea di rifare il passaporto di mia figlia tredicenne, che è un tantino cambiata rispetto alla foto del passaporto, del 2009.

Bisogna dire, innanzitutto, che a Boston la fila si biforca: da una parte vanno coloro i quali non hanno mai messo piede negli Stati Uniti, dall'altra coloro che ci sono già stati, e i cittadini statunitensi e canadesi. Dopo una fila di un'ora e mezza, abbiamo incontrato un'agente simpatica e disponibile, che ci ha fatto qualche domanda: ci ha chiesto quale fosse il motivo del nostro soggiorno negli USA, quanto tempo saremmo rimasti, e poco altro. Tutto sommato una cosa tranquilla; molto meno dell'interrogatorio a cui pensavo di essere sottoposto. Hanno preso le impronte digitali e ci hanno scattato una fotografia, a tutti tranne che a mia figlia, minore di 14 anni. Subito dopo abbiamo recuperato i bagagli, già scaricati dal nastro e ordinatamente riposti sul pavimento.

Oltre a questo, abbiamo passato altri tre controlli di frontiera, visto che la divagazione alle Cascate del Niagara e poi a Toronto (da cui siamo ripartiti verso l'Italia) ci ha portati anche in Canada, con un veloce rientro negli USA attraverso la frontiera pedonale del Raimbow Bridge, che collega le due sponde delle Cascate, e il successivo ritorno in Canada.

Posso dire che i frontalieri canadesi, che si accontentano del passaporto, senza ESTA, fanno molte più domande e sono anche un po' più acidi nel porgerle. Ero convinto che passare la frontiera tra i due Paesi del Nordamerica fosse poco più che una formalità, ma non è così.

Il viaggio tra New York e Niagara Falls (lato canadese, visto che ne esiste una città omonima nel versante USA) lo abbiamo fatto in pullman. E sapete come avviene il controllo dei passaporti? Il pullman si ferma, il povero autista scarica tutte le valigie, che vengono affidate ai passeggeri, i quali fanno la fila per fare il colloquio allo sportello con i solerti frontalieri canadesi. Se solo uno dei passeggeri ha un problema, come nel caso di una famiglia indonesiana presente nel nostro pullman, in cui madre e figlio sono stati trattenuti e intervistati singolarmente in un gabbiotto dedicato a casi problematici (non vi dico l'ansia del padre e della figlia, lasciati passare senza problemi), bisogna aspettare. E noi abbiamo aspettato un paio d'ore, fino a quando la situazione degli indonesiani è stata definita. Nel frattempo, il povero autista ha nuovamente caricato sul pullman tutti i bagagli.

Abbiamo riscontrato la stessa solerzia dei canadesi, e una maggiore flessibilità degli statunitensi quando abbiamo passato la frontiera pedonale (senza bagagli, giusto con la macchina fotografica e uno zaino) di Raimbow Bridge. Veloce, giusto un paio di domande rivolte con un tono molto tranquillo, dal lato USA. Un'ora dopo, al rientro nel versante canadese, nuovo interrogatorio: dove abitate, cosa ci fate in Canada, quanto vi tratterrete, da dove ripartirete, e via dicendo. Mi sono chiesto, fra l'altro, come avvenga il "colloquio" con coloro i quali non parlino inglese o francese.

Forse sono stato troppo prolisso, dopo aver riletto questo racconto sui controlli avrei voluto sintetizzarlo, ma ho pensato che possa essere utile, per coloro i quali non si siano mai recati negli USA, e per i più curiosi, leggere qualcosa sui controlli di sicurezza. Non vi nascondo che io ero abbastanza in ansia su questa cosa, invece l'unica cosa seccante è la fila dopo il viaggio.

Tutto il resto, se non avete niente da nascondere, fila liscio.

Vista la lunghezza di questo post, penso proprio che scriverò un racconto a puntate, sperando di non annoiarvi!

A breve posterò la seconda! Intanto guardatevi la mappa del viaggio!