Chi sono

La mia foto
Ho 47 anni, ho due figli e vivo a Roma. Mi piace viaggiare, fotografare, leggere e andare in moto. Mi interessa tutto ciò che riguarda la tecnologia. Sono appassionato di politica e di sindacato, che seguo anche a livello europeo per conto della Falbi. Sono un tifoso giallorosso: della Roma e della squadra della mia città di origine, il Catanzaro.

giovedì 21 marzo 2013

Attilio Regolo e i marò

Riporto qui di seguito un articolo di Bruno Tinti, pubblicato su "Il Fatto quotidiano" di oggi, a proposito della vicenda dei due marò.

Condivido tutto il contenuto dell'articolo, e plaudo alla bellissima citazione della vicenda storica di Attilio Regolo e alla soluzione invocata da Tinti: Monti e Terzi in India personalmente a sbrogliare l'intricata matassa.

Ecco l'articolo:


In uno dei film della serie Arma Letale, Mel Gibson combatteva contro un cattivissimo ambasciatore sudafricano che era a capo di un’organizzazione criminale che trafficava droga. Ogni volta che stava per incastrarlo, l’ambasciatore tirava fuori l’immunità diplomatica. Alla fine Gibson risolveva il problema sparandogli. Non credo che l’India arriverà a tanto nei confronti del nostro povero ambasciatore Mancini; però è certo che lo stanno cuocendo per bene. La Corte di Nuova Delhi sta esaminando una particolare condotta delittuosa che potrebbe essergli addebitata e che, per gli indiani e in genere per gli anglosassoni (il diritto penale indiano deriva da quello inglese e fa parte dei sistemi cosiddetti di common law) è di particolare gravità: il breach of trust, come dire il tradimento della fiducia. Reato questo che, secondo i giudici indiani, potrebbe essere contestato al nostro ambasciatore perché, in base al loro diritto interno, questi avrebbe perso la sua immunità funzionale, cioè quella diplomatica. Il loro ragionamento è che tutta la manfrina del permesso richiesto dallo Stato italiano per i due marò affinché potessero partecipare alle elezioni era solo un trucco per sottrarli alla giustizia indiana e che l’ambasciatore Mancini ne è stato l’esecutore materiale. È stato lui infatti a impegnarsi personal-mente garantendo che l’Italia li avrebbe fatti rientrare in India a elezioni espletate, e a firmare il relativo affidavit. SOTTO UN CERTO profilo il ragionamento della Corte di Delhi non fa una grinza: uno Stato che non fa votare gli studenti dell’Erasmus e che però si fa in quattro per far votare i due marò; che ne garantisce il rientro e pochi giorni dopo dice che no, non rientreranno affatto; che contesta all’India violazioni giuridiche che sarebbero la causa del mancato rientro e che però, fino a quel momento, non erano mai state rilevate; ovvio che il progetto dell’Italia era questo fin dall’inizio; ovvio che le elezioni erano solo un pretesto; ovvio (secondo loro) che Mancini lo sapeva benissimo. Dunque, concludono, l’ambasciatore poteva assumere atteggiamenti più consoni a un uomo d’onore dicendo al governo italiano: “Io queste porcherie non le faccio, venite voi a metterci la faccia; e se insistete do le dimissioni”. Per un ordinamento che ritiene l’impegno d’onore un principio fondamentale di diritto naturale, che sta al di sopra di ogni ordinamento positivo o convenzione internazionale (per capirci qualcosa di simile alle leggi degli dei invocate da Antigone, quelle che “vengono prima delle leggi degli uomini e a cui bisogna sempre ubbidire quali che ne siano le conseguenze”), non è poi un atteggiamento così incomprensibile. Certo, noi sfoderiamo la Convenzione di Vienna del 1961 (immunità diplomatica e tutto l’armamentario) e diciamo sostanzialmente: “Abbiamo mentito; e allora? La legge è dalla nostra parte”. Chi abbia ragione non lo so; anche se so chi mi piace di più; e credo che lo sappia anche tutto il mondo civilizzato. Però è un peccato che ci siamo ridotti così. Le basi buone ce le avevamo. Circa 2300 anni fa Attilio Regolo, console romano prigioniero dei cartaginesi, accettò la proposta di essere liberato sulla parola: vai a Roma – gli dissero – e tratta per noi le condizioni di pace. Se i romani le accettano considerati libero; se le respingono tornerai da noi che ti ammazzeremo. Regolo accettò, tornò a Roma e spiegò al Senato che assolutamente non bisognava fare la pace con Cartagine che era la rivale naturale di Roma e che doveva essere combattuta fino alla fine. Fu convincente e il Senato respinse la proposta di pace cartaginese e si preparò per la guerra. E Attilio Regolo tornò a Cartagine dove lo ficcarono in una botte piena di chiodi che poi fecero rotolare giù da una collina. LA DOMANDA è: perché il console Regolo tornò a Cartagine? Tornava da gente nemica di Roma, dagli stessi contro i quali aveva condotto come comandante una guerra precedente, da quelli che già l’avevano torturato durante la sua prigionia; da quelli, infine, contro cui aveva incitato Roma a muovere guerra senza quartiere. Non doveva niente a Cartagine. Vero. Non le doveva niente. Doveva tutto a se stesso, alla sua dignità e al suo onore. Per questo tutti se lo ricordano ancora oggi, perché era un uomo d’onore. PENSATE quanto prestigio, quanta stima (e anche quanti soldi, queste cose contano nel mondo degli affari internazionali) l’Italia acquisterebbe se i ministri degli Esteri e della Difesa e il presidente del Consiglio in carica al momento dei fatti si recassero in India, chiedessero udienza al Capo dello Stato o al Primo Ministro e dicessero semplicemente: “Siamo a vostra disposizione, lasciate andare l’ambasciatore, ha eseguito i nostri ordini, non conta niente. Pensiamo di avere buone ragioni: discutiamone”.

Nessun commento:

Posta un commento